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martedì 6 luglio 2010

Radical-chic

Contro mia voglia, sono finita per essere una single radical chic. La definizione non è arrivata tutto d’un colpo, ma attaccando i vari termini, uno alla volta, a quello che nella realtà virtuale (e nelle indagini di mercato) si chiamerebbe il mio “profilo”. Termine buono anche per i criminali, a dire il vero, ma per stavolta soprassediamo.
Dunque single. Grazie a dio ci siamo evoluti e ormai “zitella” è un termine antico, usato solo a Venezia, somiglia a “pulzella”. Se penso che la legge ecclesiastica dice che la perpetua, per essere donna fuori dalle tentazioni, deve avere 40 anni… ma siamo proprio sicuri che i “reverendi” abbiano mai, anche solo per un attimo, restare lontani dalle tentazioni? A me non la racconta più nessuno. Che vengano stigmatizzate, le signorine tentazioni, neanche un dubbio. Così sono pure gratis, alla fine dei conti. E se qualcuna presenta il conto… orrore, la corruttrice! Ecco, il mondo non si è evoluto neanche di un millimetro, con buona pace di karma e company. Siamo ancora all’età della pietra.

Ma non era questo l’argomento del post.
Veniamo a radical-chic. Radical indica un certo coraggio, un’ostinazione, in qualche modo, una tendenza all’estremo, al totale. Potrebbe anche avere una connotazione positiva. “Chic” è un destino, che dire! Che colpa ne ho, se mi disegnano così? Gliel’hanno dato un premio a quello che ha cucito addosso a Jessica Rabbit questo mito di frase? Spero proprio di sì, diversamente sarebbe un’altra ingiustizia cosmica.

Dunque, contro mia voglia mi affaccio al mondo targata “radical chic” e pure “single”, se a qualcuno importa.
E cosa fa una single radical chic? Il pane.
Il pane in casa, con le mani, senza la macchinetta che neanche vedi cosa ci butti dentro, e poi, voilà! Esce il cubetto di pane perfetto.
No, il mio pane ha richiesto un anno di tirocinio, la ricerca di un maestro che, come dicono alcuni illuminati, arriva da solo a te, quando ti pare di non stare cercando nulla. Il mio maestro di pane, che credo sia inconsapevole di esserlo, è un giovinotto nerboruto e alto due metri, che fa sport estremi e parla prevalentemente in un dialetto stretto stretto che non si capisce troppo bene.

Mani grandi e grande cuore.
Mi ha spiegato quei dettagli essenziali per fare il pane in un modo così semplice che a me è sembrato poetico.
L’acqua deve essere “bella”. Non fredda, e neanche tiepida, ma piacevolmente calda (e quindi in rapporto anche alla temperatura dell’aria. In inverno si preferisce un’acqua più calda che in estate): bella, insomma. Se piace a te che fai il pane, piacerà anche a lui (il pane).
Poi si deve lavorare con le mani, con generosità, “perdendosi via”. Ed è vero, impastare è un po’ un mantra, un movimento ripetitivo che ti porta a non pensare, ad astrarti nella piacevolezza tattile dell’accarezzare la pasta morbida. E come una carezza, piace a chi la fa e a chi la riceve. La pasta incorpora aria e ti ringrazia lievitando meravigliosamente.

Dunque ormai ho “le mani in pasta”, fuor di metafora, e mieto successi su successi con i miei pani. Ma che c’entra con la radical-chic? C’entra e come! Perché una sera, invitata da un’amica ad una serata “decisamente radical-chic”, come mi avvisava l’amica per evitare che potessi sentirmi un pesce fuor d’acqua (mica tutti sanno che io pure sono della stessa razza… o forse non lo sono proprio). Non avendo di che omaggiare il banchetto estivo che si sarebbe allestito, ho pensato di partecipare con il pane fatto la sera prima. E per farmi perdonare, ho aggiunto anche una bottiglia di rosso.
Sottovalutando la mia pensata, mica ho fatto l’ingresso trionfale con il prezioso bene. No, il mio pane è entrato di soppiatto, in forma anonima, io intimorita da uno sfoggio di pane in cassetta e grissini accanto agli affettati.
Allora, come un bombarolo, mi sono messa in un cantuccio a spiare, non vista, l’effetto che sortiva l’arrivo del pane “rustego”. Ah aha, i “veri” radical-chic, che hanno sane radici contadine, si leccavano i baffi, accaparrandosi i pochi pezzi disponibili. Passando da dietro, con indifferenza, ho persino sentito qualcuno, sfoggiando una sapienza infinita da vero intenditore, affermare con certezza matematica: questo è fatto con il forno a legna!

Spiacente, viene dal mio proletarissimo fornetto elettrico della cucina Ikea, ma è fatto con le mani e con gli insegnamenti del cuore (del mio maestro).

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